[Citazione] non necessariamente sono uno spendaccione, se ho le mani bucate! - Padre Pio

Storia a caso:
TELEFONATAH!!!!!!

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[Marco Travaglio]
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Jesus vs Predator Reloaded

Il seguente racconto in un'insolitamente lunga versione integrale, racchiude ed amplia due dei già noti capitoli della serie. In attesa della conclusione, gustatevi la vostra ucronia preferita, in un'inedita suntuosa (e sanguinolenta) veste.

MORTE AGLI INVASORI!


1.

La taverna era praticamente vuota, fatta eccezione per una piccola folla ammassata nell'angolo più nascosto del locale. A giudicare dal frastuono si stava giocando a qualche gioco d’azzardo, completamente ubriachi. Probabilmente dadi, pensò Jehohanan. L’unica cosa che rimaneva dell’impero romano, spazzato via dagli invasori più di vent’anni prima. Si diceva in giro che adesso persino gli Yautja passavano buona parte del proprio tempo libero con quei piccoli cubi. L’ambiente era lugubre e male illuminato, nonostante fosse passata da poco l’ora di pranzo. Lo stridente suono di liuti elettrificati ed il frastornante rumore di percussioni metalliche faceva da sottofondo alle urla eccitate dei presunti giocatori. L'aria era a malapena respirabile, il fumo dolciastro della canapa si mischiava all'odore della disgustosa birra di datteri. L’unica cosa che rimaneva dell’impero egiziano. Jehohanan si avvicinò al bancone. L'oste, un uomo magro con la testa rasata da cui spuntavano due vispi occhi neri, lo stava fissando da quando era entrato.
– Sto cercando Yoshua. – disse con voce abbastanza alta da poter superare la musica.
– Sei un leccapiedi dei mostri? – domandò schietto l'uomo al di là del bancone.
– Che ne pensi? – disse Jehohanan, mostrando con un movimento elegante i propri umili indumenti.
L’oste, vedendo la stravagante pelliccia di cammello e sentendo la puzza di chi non si faceva la doccia da mesi, non stentò a credergli.
– Sta laggiù con quei buoni a nulla dei suoi amici.
L'eremita si addentrò all’interno del locale.
– Ehi, ma non sarai mica quel predicatore che vuole ribellarsi a quelli là? – urlò alle sue spalle l’oste, ed aggiunse – Se è così non sei gradito nel mio locale, vedi di levarti dai coglioni!
L'eremita fece finta di non sentirlo e si avvicinò al marasma in fondo al locale.
Il tavolo era pieno di grossi boccali per la birra, e piccoli bicchieri per l’acquavite.
Gli uomini erano una dozzina e nessuno superava i quaranta. Davano l'impressione di essere molto affiatati e più che un gruppo di avventori della taverna avevano l'aspetto di una banda. Tre vistose ragazze, poco più che bambine, stavano in piedi intorno al tavolo con le braccia conserte. Jehohanan si accorse che stavano tremando: la taverna non era molto fredda, ma le tre giovani non erano vestite a sufficienza. Avevano un sorriso stampato in faccia, più simile ad una smorfia idiota, come fossero distaccate dal contesto e stessero ridendo di qualcosa che potevano vedere soltanto loro.
– Non è possibile, hai vinto di nuovo, cazzo! Lassù qualcuno ti ama, fottuto bastardo! – disse un uomo corpulento con i capelli scuri.
– Non lo so se lassù qualcuno mi ama. – rispose sorridendo l'uomo a capotavola.
Era molto magro, sulla trentina, con lunghi capelli castani, occhi scuri ed una folta barba.
Buttò giù il trasparente contenuto di un piccolo bicchiere, fece una smorfia ed aggiunse - Ma di sicuro qualcuno quaggiù lo fa.
Detto questo, senza alzarsi, tese una mano nella mischia, afferrò il braccio di una delle ragazze e con una mossa decisa la scaraventò sulle sue gambe. Prima che la ragazza realizzasse chi l'aveva presa, l'uomo la stava baciando. Era alta e mora, con il viso da bambina che quasi stonava con il seno enorme.
– Yoshua, dannato bastardo! Se mi dessi i denari che dai a lei, ti amerei anch’io!
Una risata scrosciante coprì per un attimo la musica.
– Yoshua? – domandò l'eremita, che adesso era a pochi xita dal tavolo.
– E questo chi stracazzo è? – rispose Yoshua con voce alterata.
Nel vedere i suoi strani vestiti, tutti cominciarono a ridere.
Aspettò che smettessero di ridere di lui, poi esclamò:
– Devo parlarti in privato!
– A proposito di cosa? - chiese Yoshua sorridendo.
– Del futuro.
Un'altra fragorosa risata collettiva rimbombò nella taverna.
– Ehi ragazzi, abbiamo un veggente! Dimmi, mago, quanto farò al prossimo tiro? – domandò Yoshua prendendo in mano i dadi, pronto per lanciarli.
– Undici. Cinque con uno e sei con l’altro. A quel punto sarai sbalordito, li lancerai di nuovo e farai due.
Non aveva neanche finito la frase che un cinque ed un sei erano sul tavolo. Yoshua prese d'impulso i dannati dadi e tirò di nuovo. Tutti quanti stavano in silenzio ad osservare la scena. Quando i dadi si fermarono nessuno ebbe il coraggio di dire niente. Doppio uno.


2.

– Allora, cosa vuoi?
Nell'aria un odore pungente di urina e di birra vomitata.
– Spero che quando ho detto di seguirmi in ufficio non ti aspettassi anche una libreria ed uno scrittoio! – esclamò Yoshua, allargando le braccia per sottolineare l'evidenza.
– Non preoccuparti, per essere una latrina è spaziosa – disse sorridendo Jehohanan.
– Quanti uomini hai nella banda?
– Quale banda? – domandò Yoshua ostentando finta sorpresa.
L'eremita non distolse lo sguardo, in attesa della risposta. Passò qualche secondo, poi Yoshua ruppe il silenzio, e con espressione seria ammise – Tredici, me compreso.
Jehohanan si mostrava sempre più sicuro e spavaldo, e la cosa infastidiva visibilmente il suo interlocutore.
Il vagabondo cominciò a camminare girando intorno a Yoshua con le mani dietro la schiena.
– Avete dei bei bicicli là fuori. Ma ho saputo che il tuo interesse verso la tecnologia Yautja non si limita ai motori. Quello che mi sono chiesto è: perché rischiare la pelle per contrabbandare qualche lettore a luce e qualche computatore?
– E tu un giro di 500 denari d'argento alla settimana lo chiami qualche computatore? – si difese il contrabbandiere.
– Puoi ingannare quei bifolchi dei tuoi uomini ma non me! I denari sono solo una scusa. Lo fai soltanto per sfidare gli Yautja!
– Può darsi, e con questo?
– Se ti dicessi che tu sei speciale e che puoi fare molto di più che rubacchiare qualche diavoleria elettrica? Tu puoi cambiare le cose – l'uomo dagli strani vestiti si soffermò per cercare un tono solenne – Tu puoi guidare la rivolta!
Yoshua aveva subìto passivamente quelle parole, e diversamente dall'approccio che aveva avuto al tavolo, non era riuscito prontamente a smontarle o a ridicolizzarle. Era come se Jehohanan fosse riuscito in qualche subdolo modo a scalfire la sua corazza di certezze.
– Non ho nessuna intenzione di farmi ammazzare, stupido pazzo! – gridò, per provare a riprendere le redini della discussione, ma aveva indugiato troppo, e subito dopo averla pronunciata si accorse che non era la frase giusta per la situazione.
L'eremita sorrideva sempre di più, e Yoshua non lo sopportava.
– Le tue stronzate mi stanno innervosendo, sei solo un patetico baro! – si girò verso la porta ed urlò – Ragazzi, venite a levarmi dalle palle questo pezzo di merda!
Due uomini robusti irruppero nella latrina e si avventarono sull'uomo in pelliccia di cammello. Mentre lo portavano via, Jehohanan urlò:
– Perché non racconti ai tuoi uomini come sei sopravvissuto ad una retata degli Yautja? Eri da solo contro otto mostri armati fino ai denti!
Gli scagnozzi, sentendosi chiamati in causa, si fermarono sulla porta.
– Non erano in otto ma solo in due. – disse il più alto.
– Questo è quello che lui vi ha raccontato! – disse quasi sghignazzando Jehohanan.
– Portatelo via! – disse Yoshua, ma non riuscì a nascondere una flessione nella voce, che mostrò un'insicurezza a cui i suoi uomini non erano abituati.
Jehohanan sfruttò il momento per farsi sentire:
– La verità è che lui non può essere ucciso dagli Yautja! Il vostro capo non è come voi, lui è speciale... lui... è il Mashìach!
A sentire quel termine sacro calò un imbarazzante silenzio all'interno della stanza.
– Ma che cazzo dice questo? Questo è troppo blasfemo anche per un dannato figlio di puttana come me! - disse Yoshua. Cercò di essere il più spavaldo possibile ma nonostante i suoi sforzi di darsi un contegno la voce gli tremava.
I suoi uomini sorrisero per assecondarlo ma continuarono ad indugiare sulla porta, visibilmente turbati.
– Scommetto che questa “blasfemia”, come la chiami tu, non è la prima volta che la senti. Cosa mi dici dei discorsi che ti faceva tua madre?
Al suono di quell'ultima parola Yoshua si scagliò con violenza contro l'eremita. I due uomini si fecero da parte, lasciando la presa, intimoriti dalla furia del loro capo. L'eremita si schiantò violentemente a terra, mentre Yoshua lo pestava senza pietà. Jehohanan subì il trattamento passivamente. Yoshua continuò fino a quando il dolore alle mani non divenne insopportabile. Aveva sentito diversi denti rompersi contro le sue nocche, aprendogli grosse ferite sulle mani. Nel rosso che copriva i suoi pugni e inzuppava la pelliccia del pazzo eremita ci doveva essere anche un bel po' del suo sangue.
– Non ti devi permettere di nominare mia madre! - disse Yoshua con una sicurezza che sembrava riavere acquisito dopo lo sfogo di violenza. – E comunque erano soltanto in due e se sono sopravvissuto è stato solo un colpo di fortuna!
Jehohanan stava sdraiato, immobile con la faccia ormai indistinguibile.
Yoshua si stava allontanando dalla stanza convinto di aver avuto l'ultima parola, ma mentre stava uscendo, una risata sdentata che gorgogliava tra il sangue lo sorprese alle spalle.
– Un colpo di fortuna! Solo un colpo di fortuna! Adesso vedremo se è stato solo un colpo di fortuna! Mio caro Yoshua, ti consiglio di far mettere al riparo i tuoi, perché tra pochi minuti saranno qui! E saranno almeno una ventina, stavolta! – detto questo si rimise a sghignazzare divertito.
Un'inquietudine mai provata prima si fece spazio in Yoshua.
Un urlo di allarme provenne dalla locanda:
– Gli Yautja sono giù al ponte e si stanno dirigendo qui! Qualche infame ci ha tradito!
Jehohanan non smetteva di ridere.

3.

Gli girava la testa ed un brivido gelido gli correva lungo la schiena. Era rimasto solo, a giocherellare con i dadi tra i boccali mezzi vuoti, nello stesso locale che qualche anno prima aveva aiutato a costruire, nello stesso locale dove aveva passato gli unici momenti felici che ricordasse. I suoi uomini stavano fuggendo a cavallo dei loro rumorosi bicicli, attraverso la campagna, per un disperato tentativo di fuga. Yoshua avrebbe fatto di tutto per tenere impegnati i mostri, nella speranza di dare più tempo ai suoi compagni di scappare. Gli Yautja avrebbero seguito i protocolli dell'addestramento militare, che Yoshua conosceva a memoria. Prima avrebbero impiegato tutte le loro forze per assicurarsi il capo, e soltanto dopo averlo ucciso sul posto si sarebbero scomodati per il resto della banda. Questa era la procedura, e non si era mai visto uno Yautja che facesse di testa propria. Poteva sembrare una mossa stupida, agli occhi di un umano, lasciar allontanare dei criminali per poi prenderli più tardi. Tuttavia le azioni militari degli Yautja non si basavano solo sull'efficienza di un piano, ma anche e soprattutto su una continua ostentazione della loro forza. Illuderti di poterla fare franca per poi colpirti quando ormai pensi di essere in salvo era l'essenza di molte delle loro procedure militari: era un atteggiamento insito nella loro cultura, probabilmente nella loro natura. Più di una volta questo modo di agire così ripetitivo aveva aiutato Yoshua a prevedere in qualche modo le loro mosse, ma questa volta sarebbe servito soltanto a conoscere in anticipo il suo inevitabile destino. La cosa peggiore stava nel non poter incolpare nessun altro se non se stesso. Il vagabondo aveva fatto la spia, ma Yoshua avrebbe dovuto stare più attento, adesso che l'organizzazione stava crescendo. Soltanto lui aveva fatto diventare una sgangherata banda di ragazzini sbandati la più potente banda di contrabbandieri in tutto il ghetto 12, e continuare a ritrovarsi nella stessa taverna di sempre si era rivelato un errore da principianti. Quello che gli dava ancora più fastidio erano gli sproloqui del pazzo eremita che non riusciva a togliersi dalla mente. Il vagabondo, però, su una cosa aveva ragione: da sempre, dai primi bicicli montati di nascosto con i pezzi rubati in discarica, la soddisfazione di fregare in qualche modo gli invasori era stata il motore che spingeva le sue azioni, al di là dei soldi facili e di tutto il benessere che ne conseguiva. Era l'unico sistema che aveva per vendicarsi. Della morte di suo padre, ucciso nella prima ed unica rivolta che aveva coinvolto i ghetti 12 e 13 più di dieci anni prima, ma soprattutto per aver fatto impazzire sua madre con il loro maledetto siero della felicità. Quando non riusciva a comprarsi la dose giornaliera sua madre iniziava a vaneggiare. Diceva di ritrovare la lucidità, e proprio per questo la cosa appariva agli occhi di Yoshua ancora più patetica. Il vagabondo doveva aver ascoltato una delle tante storie di sua madre, che con il passaparola erano diventate avvincenti barzellette raccontate in tutto il settore. Si era fissata che esisteva una missione che lo riguardava in prima persona. Ripeteva storie assurde e sconclusionate, di angeli, stelle comete e di prodigi che era destinato a compiere. Quando era più piccolo, tante volte, aveva sperato e pregato che sua madre non fosse pazza, che tutti si sbagliassero e che lui fosse davvero destinato a cose grandiose, ma poi era diventato adulto ed aveva visto le sue false speranze perdere sempre più consistenza, mano a mano che sua madre perdeva peso, divorata dal demone del siero.

4.

– Yoshua il Nazareno! Vieni fuori senza opporre resistenza! – una voce sintetizzata, sparata ad altissimo volume, interruppe violentemente il flusso dei suoi pensieri.
Risultava comprensibile, ma era inquietante quanto non suonasse umana.
– Baciatemi il cazzo! – urlò Yoshua, sapendo che anche se non avessero capito la frase, avrebbero almeno inteso il tono.
Pochi secondi di silenzio, poi un'esplosione fece cadere la porta in avanti. Due Yautja armati irruppero di corsa nella stanza. Yoshua chiuse gli occhi in attesa che i loro fucili lo massacrassero, ma una cacofonia di schiocchi fu l’unica cosa che sentì. Quando li riaprì i due mostri stavano guardando le loro armi, che inspiegabilmente avevano fatto cilecca. Yoshua, sorvolando sull’assurdità dell’evento, analizzò in un attimo la scena, sfruttando quei pochi secondi di sbigottimento degli avversari. Dagli schiocchi delle armi inceppate, che erano stati sicuramente più di due, capì che c'erano almeno un altro paio di Yautja nascosti nelle loro tute mimetiche. In pieno giorno li avrebbe notati comunque, soprattutto in movimento, ma nella penombra di quella bettola erano assolutamente invisibili. La larghezza della stanza non poteva contenerne più di cinque e, a conferma di quest'ipotesi, i due stavano distanti l'uno dall'altro lo spazio appena necessario ad un terzo, e lontani dalle pareti giusto lo spazio per un quarto ed un quinto. Yoshua, ancora a sedere, prese d'istinto un boccale e lo lanciò in mezzo ai mostri. Senza vedere il risultato ne lanciò velocemente altri due ai lati esterni della coppia. I tre boccali andarono a segno, esplodendo contro un muro invisibile. Lamenti inumani ma inequivocabili riempirono la stanza. A mezz'aria si formarono delle macchie verdi luminescenti, mostrando la posizione degli altri tre Yautja. Gli invasori facevano credere di essere invincibili ma, anche se di colore verde, sanguinavano come chiunque altro. Sfruttando l'esitazione dei nemici Yoshua si lanciò dietro il bancone dell'oste a poche xita da lui. Uno dei due senza mimetica saltò a piedi uniti sul bancone, che rimbombò sotto i tacchi metallici dei suoi stivali. Se i suoi compagni avessero avuto una bocca normale avrebbero sicuramente sorriso, certi che l'umano non avrebbe avuto vie di fuga. La loro espressione, qualunque fosse, cambiò però improvvisamente nell'udire un boato e vedere il loro amico scaraventato via da sopra il bancone. Yoshua era in piedi lì dietro, mostrando i suoi denti umani, con in mano un fucile a quadrupla canna a ricarica manuale. Obsoleto in confronto alle armi Yautja, ma molto efficace se queste non funzionavano. I quattro mostri si divisero per scappare, ma tre scoppi consecutivi sorpresero alle spalle quelli con le tute, che smisero di funzionare rendendoli visibili nella loro immobilità. L'ultimo sopravvissuto, sentendosi in trappola, provò ancora, invano, a far funzionare la sua superiore arma, ma nel frattempo Yoshua aveva già messo un colpo in canna. Il mostro gorgogliò un borbottìo incomprensibile, forse un'imprecazione, forse una preghiera, poi il suo cervello alieno dipinse il muro del solito verde luminoso. Mentre caricava di nuovo Yoshua sentì dal retro altri rumori di stivali metallici. Al centro di comando avevano organizzato le cose in grande, ma la paura stava a poco a poco scomparendo. Era in preda ad una strana sensazione: forse la furia omicida gli stava annebbiando la mente, ma stava insinuandosi in lui il pensiero che anche gli altri fucili avrebbero fatto cilecca. Per fortuna la porta sul retro era piccola, e non avrebbe permesso l'entrata di più di un Yautja per volta. Irruppe un primo, ed un colpo in pancia fu il benvenuto di Yoshua. Per un minuto abbondante la scena si congelò, poi gli Yautja lanciarono un piccolo oggetto nella stanza. Yoshua sapeva si trattasse di una bomba ma stavolta non si mise al riparo. L’ordigno non fece nessun rumore: semplicemente, come ormai si aspettava, non esplose. I minuti passavano e gli Yautja non uscivano. Iniziavano ad aver paura e probabilmente stavano discutendo dei propri gradi per obbligare i sottoposti ad affrontare l’umano. Mentre discutevano, un grosso fiasco di acquavite si spaccò nella stanza, inzuppando di liquido molti di loro. Non fecero in tempo a domandarsene il motivo, che una piccola bottiglia di distillato di prugne, con un panno infuocato che usciva dal collo, si ruppe sull'altra. Due di loro uscirono urlando e trovarono Yoshua ad aspettarli davanti alla porta. Fece esplodere un colpo nella testa del primo, ma si limitò a guardare il secondo mentre si contorceva sul pavimento, divorato dalle fiamme. Si chinò e raccolse uno dei loro bellissimi fucili automatici. Non provò neanche a sparare prima di dirigersi nel retrobottega. Le fiamme si erano diradate e rimaneva solo un intenso odore di carne bruciata ed alcool. Trovò quattro mostri che chiedevano pietà: non sapeva come, ma riusciva a capirli. Ondeggiavano freneticamente i tentacoli che avevano al posto dei capelli, mostrando le mani disarmate, mani orribili, mani da mostri. Una pioggia di proiettili accelerati devastò i loro corpi indifesi. Uscì dalla stanzetta. La sua tunica bianca era intrisa di un verde brillante e surreale. Una volta nella locanda trovò altri Otto Yautja che gli puntavano le loro inutili armi. Sentiva la loro paura. In un modo o nell'altro percepiva i loro pensieri. Li sfidò ad avvicinarsi con un gesto della mano. Fecero qualche passo, poi la bomba sul pavimento fece lo schiocco che avrebbe dovuto fare prima. Yoshua si lanciò appena in tempo nel retrobottega, ed un tremendo frastuono spazzò via l'ultimo gruppo di invasori. Non sapeva come, ma aveva previsto l'esplosione, in un certo senso si sentiva come se l'avesse indotta lui stesso, semplicemente desiderandola. Rimase lì nel buio della stanza, per un tempo che gli sembrò infinito, a riflettere sulla vita e sulla morte, sul bene e sul male. Tutti i sensi di colpa che si trascinava da sempre lentamente scivolarono via. Tutti gli sbagli, tutti i rimpianti, erano serviti a fargli ottenere quella consapevolezza di poter davvero cambiare le cose. Ormai non importava se aveva preso per pazza sua madre, se aveva messo in pericolo i suoi compagni. Adesso ci credeva. Credeva nel cambiamento, perché lui era la chiave per ottenerlo. Non sapeva come, ma una cosa era certa, la strada da percorrere sarebbe stata inondata del verde sangue alieno.
– Morte agli invasori! – pensò.
Quella frase non era mai stata così piena di significato.

Giampiero Tanza, 2011-01-15
Raccolta: Gesù vs Predator
Tags: gesù spacca il culo ai predator!
Indice di gradimento: 6 su 3 voti



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2014-09-26: Oakley Sunglasses

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2011-02-24: F.E.

E comunque, porco il Cristo crocifisso col prurito di scroto, voglio sapè della censura!

2011-02-24: F.E.

oh gonfio

2011-02-24: Tanzatanzatanza

C'è una ripetizione a metà che ti lascia di stucco!:D

2011-02-23: F.E.

ora ci parli di questa censura

2011-02-22: F.E.

Fatto

2011-01-31: Tanzantico

La censura ha vinto.

2011-01-19: F.E.

Appena avrò un mese di ferie lo leggerò

2011-01-15: Giampiero Tanza

Il racconto più censurato, nei concorsi ucronici!



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